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    August 26

    l'allievo ripetente di marco travaglio

    Questa sì che è una notizia: il nostro premier è un allievo di Giovanni Falcone ed è ansioso di “mettere in pratica molte sue idee in materia di giustizia”. Dev’essere per questo che si tenne in casa per due anni un mafioso travestito da stalliere, Vittorio Mangano, poi fatto arrestare e condannare da Falcone a 11 anni per mafia e traffico di droga. Dev’essere per questo che da 30 anni va a braccetto con Marcello Dell’Utri, condannato a 9 anni per mafia dal Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta, già membro del pool antimafia con Falcone e Borsellino. Dev’essere per questo che, quattro mesi fa, definì “eroe” Mangano, l’uomo che, scarcerato nel 1991, era divenuto reggente del mandamento di Porta Nuova e come tale aveva preso parte alla decisione della Cupola di Cosa Nostra di uccidere Falcone e Borsellino, e che poi fu riarrestato per tre omicidi per cui fu condannato due volte all’ergastolo in primo grado, dopodichè morì nel 2000. Dev’essere per questo che, nel 2003, dichiarò che i magistrati sono“matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana”, perché “per fare quel mestiere devi avere delle turbe psichiche”, parole che fecero insorgere Maria Falcone e Rita Borsellino, poi costrette a querelare Schifani per averle insultate. Dev’essere per questo che il centrodestra ha riportato in Cassazione, con una legge ad hoc, il già pensionato Corrado Carnevale, nemico acerrimo di Falcone e grande annullatore di condanne di mafiosi: il giudice “ammazzasentenze” che, in varie telefonate intercettate nel 1993-’94 (dopo Capaci e via d’Amelio), definiva spregiativamente “i dioscuri” Falcone e Borsellino, li dipingeva come due incapaci con “un livello di professionalità prossimo allo zero”, chiamava Falcone “quel cretino” e “faccia da caciocavallo”, aggiungeva “Io i morti li rispetto, ma certi morti no”, “a me Falcone... non m’è mai piaciuto”, poi insinuava addirittura che Falcone facesse inserire in Corte d’appello la moglie Francesca Morvillo per pilotare i processi e “fregare qualche mafioso”. Dev’essere per questo che ancora un mese fa i berluscones annidati nel Csm hanno votato per la nomina di un altro nemico giurato di Falcone, Alberto Di Pisa, a procuratore capo di Marsala contro il candidato designato dalla commissione, Alfredo Morvillo, cognato di Falcone.

    Anziché rammentare allo Smemorato di Cologno questi semplici dati di fatto, politici e commentatori di chiara fama e fame si son subito avventurati nell’esegesi del pensiero di Falcone sulla separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale. Senz’accorgersi (o accorgendosi benissimo) che, scendendo sul suo terreno truffaldino, la danno vinta al premier. Come hanno giustamente osservato la sorella Maria e Peppino Di Lello, che col giudice lavorò fianco a fianco nel pool, Falcone non chiese mai la separazione delle carriere né la fine dell’azione penale obbligatoria. Si limitò, senza indicare soluzioni, a porre il problema di una distinzione delle funzioni tra pm e giudici (“comincia a farsi strada la consapevolezza che la carriera dei pm non può essere identica a quella del magistrati giudicante: investigatore l’uno, arbitro l’altro”), che fra l’altro oggi è già ipergarantita dalle ultime controriforme, e di una “visione feticistica della obbligatorietà dell’azione penale”. Ma era il 1988 e non c’era ancora al governo un premier plurimputato, pluriprescritto e plurimpunito grazie a leggi da lui stesso varate. E, soprattutto, Falcone pose quei problemi per tutelare meglio l’indipendenza di tutta la magistratura dalla politica e l’efficacia dei processi (negli Usa l’azione penale discrezionale consente persino di garantire l’immunità ai mafiosi pentiti in cambio della collaborazione).

    Berlusconi pone gli stessi problemi, ma con tutt’altri scopi: non quelli di Falcone, ma quelli della P2, di cui era membro con tessera n.1816: mettere le procure e l’azione penale al guinzaglio del governo o comunque della politica. E poi c’è un fatto che taglia la testa al toro: fino al 1989 Falcone era giudice istruttore, carriera giudicante. Poi fece domanda al Csm e passò alla requirente, cioè divenne pm, procuratore aggiunto a Palermo. Stesso percorso fece Borsellino, prima giudice, poi procuratore a Marsala, infine aggiunto a Palermo. Con le carriere separate, non avrebbero mai potuto. Di che parla, dunque, questo presunto allievo di Falcone? Prenda qualche ripetizione, possibilmente non da Dell’Utri, poi si ripresenti all’esame.
     
     
    nei confronti della classe politica italiana non c'è più niente da dire,hanno toccato il fondo troppe volte e stanno trascinando giù anche noi ...

    mi viene in mente solo una parola detta da abbatantuono: VIULEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEENNNNNZZZZA


    August 25

    articolo di beppe grillo

    Gli italiani non si meritavano Giovanni Falcone. Lui sapeva che lo avrebbero ammazzato. Così come lo sapeva Paolo Borsellino. Sono andati a morire come i primi cristiani nel Colosseo. Lasciati soli dalle istituzioni, dai partiti, da molti colleghi. Borsellino morì di fronte alla casa della madre. Non fu prevista nessuna misura di sicurezza. Ci andava ogni domenica. L’autobomba fu parcheggiata a pochi metri dal campanello del cancello. Il 13 luglio 1992, sei giorni prima dell’attentato, disse a un poliziotto: “Sono turbato. Sono preoccupato per voi, perché so che è arrivato il tritolo per me (dal continente, ndr) e non voglio coinvolgervi” (*).
    Sedici anni dopo Capaci, il presidente del Consiglio si chiama Silvio Berlusconi. In Parlamento ci sono Cuffaro e Dell’Utri. La mafia non ha più bisogno delle bombe. Gli bastano le leggi. “Un rapido elenco di ‘riforme’ : 1) sostanziale abolizione dell’art.41 bis che impediva la comunicazione tra i detenuti e l’esterno; 2) revisione di alcuni articoli del codice di procedura penale che hanno posto limiti all’utilizzabilità delle dichiarazioni accusatorie; 3) dopo la revisione di tali norme, vero cedimento alle richieste della destra, nessuna disposizione è stata varata a tutela dei cittadini non mafiosi che testimoniano nei processi di mafia; 4) la nuova legge sui collaboratori di giustizia ha provocato un’unica conseguenza: non si pente più nessuno; 5) la possibilità di allargare l’istituto del rito abbreviato anche ai reati più gravi, con uno sconto immediato di un terzo e la contemporanea conclusione delle indagini su quei fatti. A ciò va aggiunto che nessuna iniziativa è stata adottata per rendere operativa l’anagrafe dei conti e depositi bancari prevista sin dal 1991 su suggerimento di Giovanni Falcone”. (**)
    Intervistato da Francesco Licata nel febbraio del 1991, Falcone si lasciò andare a uno sfogo: “Ma cosa credono questi signori? Davvero sono convinti che siamo tutti uguali? Credono che mi stia salvando la vita? Io non ho paura di morire. Sono siciliano, io. Sì, io sono siciliano e per me la vita vale meno di questo bottone”. (**)
    Lo psiconano vuole riformare quello che è rimasto della Giustizia e dice di volerlo fare “ispirandosi al pensiero di Falcone”. Può permettersi di dirlo senza che nessun giornalista presente gli sputi in faccia o, più sobriamente, gli ricordi la permanenza dell’eroe Mangano nella sua villa di Arcore. La riforma della Giustizia è già avvenuta da tempo. L’hanno attuata D’Alema e Fassino, Castelli e Berlusconi, Prodi e Mastella. Un passo alla volta. Un allungamento dei tempi di prescrizione alla volta. Un indulto alla volta. Una limitazione delle intercettazioni alla volta. Un'abolizione del falso in bilancio alla volta. Oggi siamo ai chiodi bipartisan nella bara.
    Don Arena, nel romanzo: ‘Il giorno della civetta’ di Sciascia, divideva l’umanità in uomini e mezz'uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà. Falcone era un uomo, noi, che siamo rimasti, cosa siamo?          secondo me ,siamo piglianculo

    (*) L’agenda rossa di Paolo Borsellino. Lo Bianco, Rizza. Ed. Chiarelettere
    (**) Storia di Giovanni Falcone. La Licata. Ed. Feltrinelli
    August 22

    ecco il bruce lee-pensiero

    conoscere non è sufficiente,bisogna mettere in pratica.
     
     
    desiderare non è abbastanza,bisogna fare.
     
                                                                                  BRUCE LEE
    August 12

    Immensa valentina

    Altro splendido oro per Valentina Vezzali, sempre più nella storia dello sport italiano e delle Olimpiadi grazie al successo ottenuto nella finale del torneo individuale del fioretto femminile. Dopo Sydney 2000 e Atene 2004, la trentaquattrenne jesina ha dunque concesso il tris, battendo la sudcoreana Nam Huyunhee al termine di tre manches molto combattute ed equilibrate.

    Dopo essere scappata sul 3-0 la Vezzali si è fatta raggiungere sul 3-3, poi nell'ultimo e decisivo parziale, stoccata dopo stoccata, la sfida si è infiammata fino all'attacco decisivo portato dall'azzurra a 3" dallo scadere che ha fissato il punteggio sul 6-5.

    Piange, non può farne a meno, Valentina Vezzali, dopo il suo straordinario tris olimpico nel fioretto femminile: "Era tutto così vicino e al tempo stesso così lontano, sentivo la responsabilità di dovermi confermare, non è stato per nulla semplice" esordisce la jesina dopo l'oro di Pechino, che segue quelli di Sydney ed Atene e che la fa entrare definitivamente nella storia dello sport mondiale.

    "Voglio ringraziare tutti, questo successo è della mia famiglia, di Tommasini, di Magro, di tutto il resto dello staff, sul podio ci saremo tutti, non solo la sottoscritta, io facco questo sport per passione, sopporto tanti sacrifici perchè non sono sola, Dio mi ha dato del talento, queste persone mi hanno permesso di sfruttarlo al meglio. Un grazie anche a Margherita Grambassi, a Giovanna Trillini, e poi ovviamente a mia madre, mio marito, mio figlio...".

    Non dimentica nessuno insomma Valentina, l'ultimo pensiero è per due perosne care che non ci sono più, il primo maestro e il padre: "da lassù mi avranno sicuramente guardato".                         da msn.sport

    immensa valentina, il "fenomeno" dello sport italiano 

     


     

    August 07

    turismo in calo (italiadall'estero) trad. di un articolo svizzero

    Il settore turistico in Italia deve fronteggiare una drastica diminuzione di visitatori. I turisti italiani e stranieri scelgono sempre meno l’Italia – a causa di tutti i mali del Paese.

    Sulle strade italiane regna il caos, come ogni primo fine settimana d’agosto. Chi può è in partenza per le vacanze. Gli operatori del settore turistico hanno però facce lunghe, per loro le persone in viaggio sono decisamente troppo poche e gli affari vanno male. Spagna, Portogallo, Grecia e Croazia sono mete turistiche più amate dell’Italia.

    L’associazione italiana degli albergatori parla già di disastro. Secondo i primi dati dell’istituto italiano di statistica, quest’anno il numero dei turisti dovrebbe calare drasticamente. Si attendono oltre 5 milioni di ospiti in meno rispetto allo scorso anno. L’euro forte, i prezzi troppo alti, lo scandalo rifiuti e i pessimi servizi offerti, secondo il settimanale “L’Espresso”, terrebbero lontani molti stranieri. A loro volta i turisti italiani, a causa della crisi economica, hanno dovuto rinunciare alle vacanze in Italia o scegliere paesi meno cari. Gli esperti del settore calcolano perdite per svariati miliardi di euro.

    “Chi paga volentieri fino a 33 euro al giorno per sdraio e ombrellone?” replicano i rappresentanti delle associazioni di consumatori. Nella penisola iberica un posto in spiaggia costerebbe la metà. In Italia gli imprenditori del settore cercano di rianimare le spiagge italiane con offerte di mezza giornata a metà prezzo a partire dalle ore 14.

    Nemmeno i monumenti artistici italiani sono più attrattive sicure. Città come Venezia, Roma o Firenze registrano afflussi in calo fino al 20% – per non parlare di Napoli che con le sue montagne di immondizia è causa di pubblicità negativa. I turisti hanno scelto di risparmiasi cumuli di spazzatura nelle strade, caos negli aeroporti e nelle stazioni, treni sporchi, infrastrutture carenti – “in pratica i mali italiani”, secondo un portavoce dell’ente del turismo.

    Elena David, presidente dell’associazione degli albergatori italiani, fa una forte autocritica: “Siamo più cari di altri paesi e offriamo in cambio una qualità inferiore”. La metà degli hotel non sarebbe dotata di aria condizionata, e il 60% sarebbero privi di accesso a internet.

    “Gli italiani non hanno mai imparato ad andare incontro alle esigenze dei turisti” è la critica dell’esperto di turismo spagnolo Josep Ejarque. “Offrono quello che hanno sempre offerto”. Belle città e splendidi paesaggi, ma anche molte cose che non vanno. Ad illustrare l’assunto è diventata esemplare, un paio di giorni fa, la traversata notturna di una turista italiana su un traghetto diretto in Sardegna. All’alba è stata svegliata da un “forte prurito”. Minuscoli insetti le camminavano su tutto il corpo. Alzandosi di scatto dalla sua poltrona di prima classe, gli insetti le sono caduti anche dai jeans. “Zecche”, è stata la prima diagnosi. Le autorità portuali hanno parlato invece di un “attacco di cimici”. Zecche o cimici, non fa molta differenza – la notizia è stata l’occasione per parlare del decadimento del turismo italiano.

    Gli operatori del settore turistico attendono ora con qualche preoccupazione la giornata di domani: il governo italiano ha infatti inviato 3000 soldati a presidirare le aree metropolitane. Dovrebbero, così ha spiegato il Ministro della Difesa Ignazio La Russa, “togliere alla popolazione la paura della violenza“. Sarà utile per il turismo? Ammirare le bellezze artistiche circondati da soldati di pattuglia non è cosa da tutti.

    [Articolo originale di Patricia Arnold]

    questo che doveva essere il paese che poteva vivere solo di turismo,bastava un pò di organizzazione